L'adozione dura tutta la vita?

Aggiornato il: mag 8

La condizione di “adottato” si mantiene nel tempo, dura tutta la vita? Oppure dobbiamo considerarla un “evento”, importante sì, ma non al punto di influire in modo significativo sulla vita adulta?

Ritengo – a partire dalla mia esperienza clinica con adolescenti e adulti adottati – che non si rimanga “adottati per tutta la vita”. L’identità che si va costruendo nell’adolescenza e nella prima età adulta si struttura confrontando e selezionando tante e diverse esperienze e identificazioni: la vicenda adottiva ne è una - ma solo una - delle componenti, che a seconda della storie personali potrà rivestire maggiore o minor peso.

Potremmo definire l’essere stati adottati una componente esistenziale che rimane “sotto traccia” e che potrà riemergere in particolari momenti dell’esistenza che la richiamano.

I momenti e le situazioni che maggiormente possono stimolare rivisitazioni e rielaborazioni della propria storia di figli adottivi sono, tipicamente, lasciare la casa dei genitori, trovare un lavoro, eventualmente sposarsi e avere dei figli, a cui deve aggiungersi la possibilità, al raggiungimento del 25° anno, di accesso alle informazioni riguardanti le proprie origini. Si tratta di situazioni che mettono in gioco dimensioni affettive, relazionali e cognitive che hanno a che fare con il lasciare e il mantenere, con il prendere decisioni e assumere responsabilità, e che inevitabilmente riattivano ripensamenti sulla propria condizione originale.

Possono essere occasioni per rielaborazioni del proprio vissuto - magari con l’aiuto di una tranche di psicoterapia - che consentiranno significativi passi avanti verso maggiori capacità progettuali e importanti scelte di vita.

Ma laddove ci sono fragilità, non dobbiamo nasconderci il rischio che le inevitabili difficoltà che il cammino verso l’autonomia comporta vengano vissute come insuccessi che vanno a minare un’autostima già poco solida, portando i giovani in un vortice di difficoltà di stabilire relazioni affettive positive, impossibilità di mantenere un lavoro, tendenza a rimanere legati alla famiglia con modalità relazionali distorte.

Quale può essere il compito dei genitori in questa fase? O meglio: come è possibile aiutare i figli a diventare adulti in modo maturo e responsabile, cominciando a pensarci ben prima che l’età adulta si palesi?

Come prepararsi a “lasciarli andare” senza abdicare al proprio ruolo di genitori? Come trasformarsi in spettatori partecipi della loro riuscita, qualunque essa sia, senza però lasciarli soli di fronte ai possibili fallimenti?

Questi saranno alcuni dei temi che affronteremo nell’incontro del 13 aprile.


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Dr.ssa LIVIA BOTTA 

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista

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