2 - Adolescenza, adozione e ansie dei genitori

Aggiornato il: mag 8

Parte Seconda |

Ci sono fattori che rendono l’adolescenza dei ragazzi adottati più complessa di quella dei loro coetanei?

Senz’altro sì, anche se non è detto che questa complessità debba tradursi in disagio emotivo o in comportamenti preoccupanti. Ogni adolescente è unico, e il modo in cui attraversa questa fase della vita dipende da un intreccio di fattori, i principali dei quali sono il temperamento individuale, la storia pregressa, il contesto attuale.

Nell’incontro del 23 marzo partiremo dalle storie individuali per provare a distinguere ciò che rientra in un normale percorso adolescenziale (magari particolarmente turbolento) dai segnali di allarme che rimandano a situazioni più complesse, a una sofferenza di origine antica che si riattiva. Questa comprensione aiuterà a trovare le risposte alle sfide quotidiane che i figli pongono; a capire quando si tratta “semplicemente” di sopportare incertezze e contraddizioni, tollerare l’ansia del non avere più criteri di orientamento certi, o quando invece può essere davvero il caso di preoccuparsi.

Comprendere i processi che avvengono nella mente degli adolescenti è il primo passo per cominciare a capire.

Alle trasformazioni che si verificano in adolescenza sul piano biologico e cognitivo, nei rapporti con il contesto familiare e sociale, corrisponde infatti un lungo percorso di modifica e riorganizzazione dell’intero funzionamento mentale, concettualizzato da molti studiosi dell’adolescenza come “secondo processo di separazione-individuazione”.

Il concetto di separazione sta ad indicare le componenti emozionali che accompagnano la progressiva acquisizione di autonomia dell’adolescente e i cambiamenti nel suo rapporto con gli altri (i genitori in primo luogo), che si va trasformando da rapporto infantile a rapporto adulto. E’ un processo lungo e discontinuo, che vede l’alternarsi di momenti di intensa eccitazione per le nuove potenzialità e momenti di tristezza e regressione a una dimensione infantile.

Quali fattori possono “complicare” questo lavoro mentale?

Quanto più il legame con i genitori è stato (ed è) complesso, intenso, carico di ansie, idealizzato - e la relazione adottiva comporta inevitabilmente alcuni di questi aspetti - tanto più difficile sarà questa elaborazione. Per consentirla potranno allora rendersi necessari una serie di sentimenti particolarmente ostili nei confronti dei genitori, che potranno sfociare in ribellioni, provocazioni, insulti, svalutazione della figura materna, fughe. O al contrario la difficoltà di elaborazione mentale della separazione potrà tradursi in un accesso ritardato alle tappe adolescenziali, con prevalenti situazioni di regressione, isolamento e ritiro.

Né va dimenticato che trasformazioni molto profonde e speculari avvengono nello stesso periodo anche nella mente dei genitori. Se la relazione con il figlio è particolarmente complessa, se non c’è sufficiente dialogo e sostegno reciproco nella coppia, i genitori potranno vivere sensazioni di disorientamento, impotenza, paura e angoscia.

Molti studi concordano inoltre nel collegare questo periodo a quanto avviene nei primi anni di vita (da qui la definizione di “secondo processo di separazione-individuazione”), quando i bambini sperimentano – di solito in modo graduale e naturale, ma traumaticamente in tante storie adottive - di poter sopravvivere anche senza la costante presenza fisica della madre, di essere in grado di compiere azioni indipendentemente dalle altre persone, di poterne sollecitare l’interesse e l’attenzione. Quanto è avvenuto in quei primi anni riaffiora in adolescenza, si riattivano le emozioni di allora, e ciò che viene preso di mira diventa, in una sorta di sovrapposizione, l’insieme dei cosiddetti “oggetti d’amore” antichi e attuali.

Il processo di individuazione, che accompagna quello di separazione ed è ad esso complementare, consiste in quelle riflessioni sulla propria identità in divenire che cercano risposta alla domanda “chi sono io?” Riconoscere i propri bisogni e le proprie potenzialità, diventare consapevoli delle proprie caratteristiche specifiche, delle proprie capacità e dei propri limiti, confrontarsi con diversi modelli di adulto, decidere cosa si vuole diventare sono aspetti di questo processo, che sfocerà nell’assunzione di un’identità personale ben definita.

Questa identità sarà sempre diversa (nel caso di tanti ragazzi adottati potrebbe essere anche molto diversa) da quella sognata dai genitori, che dovranno necessariamente elaborare una sorta di lutto per ciò che il figlio non è diventato.

Componente fondamentale del processo di individuazione è la rielaborazione del passato, perché solo quando un soggetto è in grado di integrare le varie identificazioni che si porta dietro dall’infanzia – selezionando e scartando, in accordo con i propri interessi, talenti e valori - giungerà a formare una propria identità matura.

Grazie all’accresciuta competenza cognitiva ed emotiva dell’adolescente, questo confronto può avvenire in modo più consapevole di quanto poteva accadere nell’infanzia. Negli adottati - soprattutto in chi è stato adottato già grande - può far riemergere sentimenti molto intensi ed emozioni non elaborate che possono venire “agiti” nelle relazioni familiari, amicali e amorose attraverso atti impulsivi o agiti aggressivi. Il contesto di vita precedente l’adozione - magari fino a quel momento rifiutato - può trasformarsi ora in un “richiamo identitario” difficilmente integrabile nel contesto attuale, rendendo particolarmente complesso, incerto e prolungato il processo di costruzione d’identità.

Può essere difficile per i genitori accompagnare questo percorso senza farsi sommergere dall’ansia, senza dimenticare che lo scorrere del tempo impone inevitabilmente ai figli di crescere e diventare adulti, ai genitori di abbandonare gradualmente la loro funzione genitoriale.


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Dr.ssa LIVIA BOTTA 

Psicologa, Psicoterapeuta, Psicoanalista

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